Nel settore della sverniciatura dei serramenti, a fronte di una decina di aziende ben strutturate, esiste una giungla formata da decine (centinaia?) di piccole realtà che operano al di fuori di qualsiasi regola, con impianti fatiscenti e spesso privi di autorizzazione, grazie alla scarsa “visibilità” che deriva da un’attività esercitata nell’ambito locale (con un mercato che non va oltre i confini provinciali), svolta spesso in nero, in quanto i committenti operano quasi sempre con clienti privati. Le operazioni di sverniciatura richiederebbero l’utilizzo di attrezzature e di personale specializzato, un binomio che nel nostro Paese si riscontra raramente. In particolare nella sverniciatura dei serramenti in legno operano “ufficialmente” a livello nazionale meno di dieci aziende, che applicano prezzi che vanno dai 30 ai 60 euro per metro quadrato di superficie da sverniciare. Questa enorme differenza di costo è già un evidente indicatore della diversa qualità dei trattamenti effettuati e della professionalità di chi li effettua, ma in realtà ciò che incide pesantemente sui profitti aziendali è il rispetto delle norme di sicurezza e ambientali; è infatti noto a tutti che esiste una giungla formata da decine
(centinaia?) di piccole realtà, che operano al di fuori di qualsiasi regola, con impianti fatiscenti e spesso privi di autorizzazione, grazie alla scarsa “visibilità” che deriva da un’attività esercitata nell’ambito locale (con un mercato che non va oltre i confini provinciali), svolta spesso in nero, in quanto i committenti operano quasi sempre con clienti privati. Di solito chi svernicia tende a tenere riservate le proprie tecniche produttive, ma è solo un “segreto di Pulcinella”, in quanto è risaputo che la sostanza base impiegata è il Cloruro di Metilene (Diclorometano), con l’aggiunta di alcune sostanze come i fenoli. In rari casi si utilizzano altrettanto note miscele acquose con un pH compreso tra 13 e 14, a base di idrossidi metallici alcalini (di sodio o potassio, NaOH, KOH), in percentuali variabili dal 10 al 50%, ma la loro scarsa capacità sverniciante e i tempi lunghi del processo (che richiede risciacqui, neutralizzazioni con acido cloridrico, riscaldamento della soluzione anche fino a 50°C per ottenere il distacco del film di vernice, asciugatura ecc.) ne hanno determinato uno scarso successo di mercato. Inoltre la causticità delle sostanze impiegate comporta rischi per la salute degli operatori (ustioni cutanee e irritazione polmonare). L’impiego di un prodotto altamente nocivo come il Cloruro di Metilene (etichettato Xn e R40 – possibilità di effetti cancerogeni, prove insufficienti) richiederebbe un investimento che solo un’azienda che fa attività per conto terzi potrebbe permettersi. Segnaliamo ad esempio la necessità di installare vasche di contenimento, che consentano di evitare spargimenti di solventi nel terreno, che provocherebbero conseguenze gravissime qualora vi fossero rotture delle vasche principali, che possono contenere fino a 10.000 litri di prodotto sverniciante (un grammo di prodotto può inquinare 1.000 litri di acqua!). Inoltre, dato che i limiti di emissione in atmosfera per il cloruro di metilene sono ridottissimi (massimo 100 grammi/ora) è necessario che le vasche abbiano coperchi adeguati, ventilazioni in grado di evitare l’avvelenamento dei lavoratori e sistemi di abbattimento dei fumi che, nel caso di grandi impianti, possono costare alcune centinaia di migliaia di euro. Spesso però, anche tra i falegnami, c’è chi tenta comunque un’applicazione fatta con metodi approssimativi, andando ad aggiungersi alla schiera, purtropo numerosa nel nostro Paese, di coloro che, lavorando male e al di fuori delle norme, riescono a commettere una serie di errori che comportano gravi conseguenze a vari livelli: inquinamento dell’ambiente, danno alla salute propria e dei propri collaboratori, elusione delle norme e concorrenza sleale nei confronti di chi ha investito per lavorare in modo corretto.

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