Vernici coronavirus

Vernici: chiudere o convivere col Coronavirus? Lavorare o stare a casa? Mentre sui canali social i tuttologi hanno pontificato su come frenare gli effetti del Coronavirus  e il Governo ha dovuto affrontare l’emergenza con un occhio alla sicurezza e un altro al futuro dell’economia, il mondo industriale ha dovuto fare delle scelte molto difficili. Cosa è successo nel settore delle vernici? L’associazione dei produttori di vernici AVISA di Federchimica, ha deciso che le aziende dovevano continuare a produrre in sicurezza, mentre Renner ha criticato duramente questa posizione e ha chiuso la fabbrica per qualche settimana. 

Pierluigi Offredi – Professione Verniciatore

Nessuno ha lezioni da impartire

La scelta di Renner ha suscitato reazioni contrastanti tra gli addetti ai lavori che abbiamo contattato, per la maggior parte critici nei confronti di una comunicazione che mette l’accento sulla salvaguardia della salute, quasi come se alle aziende che hanno deciso di stare aperte interessasse poco della sicurezza generale. Oltretutto si tratta della stessa azienda che un mese fa scriveva: “…i mass media hanno contribuito a generare allarmismo…le vernici a marchio Renner sono e saranno, come sempre, reperibili; la produzione è, come sempre, a pieno regime…ricordiamo, qualora ce ne fosse bisogno, che il nuovo coronavirus non si trasmette attraverso le vernici…”
In un momento come questo, secondo il parere generale, bisognerebbe avere il massimo rispetto per le scelte di ognuno, partendo dal presupposto che la crisi economica conseguente alla pesante recessione (la peggiore dal dopoguerra) si pagherà anche in termini di vite umane.

La debolezza delle vernici

Questa polemica è l’ennesima dimostrazione della debolezza del settore delle vernici, diviso in due associazioni (AVISA e Assovernici) che lo rappresentano solo in piccola parte. Ben altro spessore dimostra il settore della macchine per la lavorazione del legno, rappresentato da Acimall, che compattamente per bocca del suo presidente si unisce alle richieste del sistema industriale italiano affinchè “…il Governo adotti provvedimenti che tengano conto di precise necessità: mantenere in azienda il numero necessario di addetti per tutte le attività nelle quali lo smart working è inefficace, così da garantire la continuità dei servizi logistici, della assistenza post-vendita e dei servizi tecnico-commerciali; permettere anche ai medici del lavoro, non solo alle Asl, di effettuare i tamponi per monitorare costantemente la salute dei lavoratori; garantire misure comuni a livello almeno europeo, così da non creare evidenti ostacoli alla libera concorrenza; congelare versamenti Iva, acconti fiscali e contributi, permettendo alle aziende di poter contare su risorse da utilizzare per altre priorità”.

Le scelte dei produttori di vernici

Tra i “Big five” (le aziende che fatturano più di 100 mln di euro, cioè ICA , IVM, Sherwin Williams, Sirca e Renner) solo quest’ultima ha deciso la chiusura totale. Questa è la posizione ufficiale di IVM e questa quella di ICA, mentre da informazioni raccolte su Sherwin Williams e Sirca risulta che la produzione continui con orario e personale ridotto.
L’idea di tenere aperta o chiusa la produzione, avendo il giusto codice Ateco, quindi nel pieno rispetto della normativa, è una scelta etica, deontologica ed economica. Per dimostrare quanto sofferte e dolorose possono essere alcune scelte, consiglio a tutti una riflessione sulla lettera che ci ha inviato Gianfranco Oberti titolare di Astra Vernici.
Ai seguenti link potete trovare le comunicazioni pervenute in redazione da parte delle altre aziende del settore che hanno risposto alla nostra inchiesta: Bottosso & Frighetto, HDG, Icro, Remmers, Vercoll. Da informazioni raccolte risultava che Verinlegno lavorasse con personale ridotto, mentre dal sito Adler risultava che l’azienda “produce e consegna come al solito”.

Il mercato delle vernici al tempo del Coronavius

I produttori di vernici si possono schematicamente suddividere in 4 fasce.

“Big five”

Fatturano più di 100 milioni di €, proporzionalmente strutturate, hanno dei ROE (indice che misura la redditività dei mezzi propri, indipendentemente dalle componenti che l’hanno generata) importanti e generalmente una bassa dipendenza bancaria. Fatturando complessivamente oltre 600 mln di euro, detengono e orientano il mercato.

“Medium High range”

Fatturano mediamente 20 milioni di €, sono mediamente strutturate, con discrete risorse finanziarie, ROE medio-bassi, media dipendenza bancaria, risentono molto della potenza economica, finanziaria e commerciale delle “Big five”.

“Medium Low range”

Fatturano dai 2 a 10 milioni di €, sono debolmente strutturate, con caratteristiche tipicamente familiari e semi industriali, alta dipendenza bancaria e un ROE generalmente basso, che reggono il mercato grazie alla differenziazione della produzione, la flessibilità e la velocità di reazione alle richieste degli utilizzatori.

“Low range”

Fatturano meno di 2 milioni di €, sono insufficientemente strutturate, al limite del collasso, schiacciate dalle normative e dai debiti finanziari, sopravvivono perché producono colori al campione e rivendono i prodotti che a causa dei prezzi di mercato non riescono più a produrre. Sono concorrenti diretti dei distributori delle aziende più grandi.

Gli effetti del Coronavirus sulle fabbriche di vernici

Da questa sommaria analisi si può comprendere che le aziende appartenenti alle tre fasce di mercato diverse da quelle delle “Big five”, soffriranno in misura maggiore la chiusura prolungata della propria attività, mentre le aziende più strutturate, pur essendo ovviamente danneggiate, avranno un rimbalzo di competenze e soprattutto di coperture bancarie decisamente diverso.
Le scelte aziendali quindi sono dettate da una serie di criteri che non possono essere ridotti soltanto ai valori etici, ma dipendono anche dai rapporti sindacali, dalle strategie di comunicazione, dalle riserve finanziarie, dalle scorte di magazzino (sia di materie prime che di prodotto finito), dai tipi di mercati nazionali e internazionali più o meno strategici.

Il bilancio dei morti: ne ucciderà più il virus o la povertà?

Ogni scelta ha costi sociali ed economici e il bilancio costi-benefici cambia col passare del tempo; forse non troveremo presto vaccini o cure e con l’estate le economie avranno subito crolli a doppia cifra. Mesi di reclusione casalinga avranno minato la coesione sociale e la salute mentale, per cui alla fine il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici, anche se questo ancora nessuno è pronto ad ammetterlo, visto che saranno i più deboli e i più poveri a pagare il conto più alto (il livello socioeconomico influenza moltissimo la probabilità di ammalarsi).
Saranno a rischio migliaia di posti di lavoro per ogni giornata di chiusura, anche perchè in altri Paesi decisioni diverse consentono di aggredire i mercati e i concorrenti delle nostre aziende: sappiamo quanto sia difficile riprendere clienti persi!
Secondo le associazioni confindustriali è fondamentale poter ricominciare a lavorare, naturalmente in sicurezza (qui sono disponibili alcune indicazioni realizzate dall’ARPA nazionale), magari a ritmi ridotti, ma ripartire, per fare in modo che questa crisi sanitaria e poi economica non diventi anche crisi sociale, che in concreto significa morti a causa dell’indigenza e della minor disponibilità di cure. Il lockdown sta sgretolando la tenuta delle filiere produttive e se non ricominceremo a produrre al più presto, perderemo fornitori e vi saranno aziende incapaci di riaprire, perché avranno perso per sempre la clientela estera che avevano faticosamente conquistato negli ultimi anni; la domanda continuerà ad esserci, ma l’industria italiana si troverà impreparata e in una posizione di forte debolezza.

 

 

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